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martedì 16 maggio 2017

Il sogno di fuga di Daisy Buchanan


Aveva lasciato aperte le portefinestre alla desolazione della stanza, pervasa di una certa polverosa impressione d'abbandono fuori dal tempo e di trascuratezza che poco si addiceva al gusto e alle abitudini dei padroni di casa.

Daisy sedeva alla petineuse che Tom aveva comprato a Parigi, il trucco disfatto, le labbra tumide per i morsi nervosi, i capelli stropicciati fuggiti all’ordine uniforme e lustro delle sottili onde Marcel nelle quali quello stesso pomeriggio l’acconciatrice aveva combinato con tanta cura i suoi capelli.

Ancora portava la sottoveste di raso morbido del vestito che si era provata qualche istante prima, un grazioso seppur terribilmente semplice abito d’organza color lavanda con piccole applicazioni floreali che ora giaceva scomposto e a rovescio sulla stessa sedia sulla quale sedeva.

Si contorceva le mani in grembo osservando il pallido e stravolto riflesso nella vezzosa cornice ovale dello specchio, combattuta tra un infantile desiderio di autocompatimento e l’impulso di ricomporsi, il paradosso tra capriccio e dignità sul quale tutta la sua esistenza aveva oscillato.

     La collana di Tom.

Non la trovava più.

Era certamente per quello che d’improvviso aveva sentito quella strana pressione all’altezza dello stomaco, ed ovviamente era scoppiata in lacrime perché era sciocca.

Una bella sciocca, per sua fortuna.

Eppure, guardandosi ora in quello specchio, non vi individuava più alcun fascino. Una creatura così miserabile non si sarebbe mai potuta definire bella o affascinante. Una persona in lacrime non lo è mai. Solo Gatsby, quel folle di Gatsby, aveva in passato avuto l’ardire di considerare la sua fragilità una forma sopita di naturale fascino, come se piangere davanti a lui sopra le vibranti sfumature delle sue camicie avesse permesso alla sua corolla di schiudersi un altro poco per rivelare nuovi colori, la dolce e celata, autentica essenza del nettare che scorreva in lei.

Ma Gastby non l’amava, non l’amava affatto. Come avrebbe potuto? Ai suoi occhi lei non era che una scintillante luce verde, un sogno dai contorni sfumati ed inarrivabili.

Lui non l’aveva mai amata, aveva semplicemente desiderato essere felice. Ma la felicità gli era parsa così astratta ed effimera che aveva ben pensato di scegliere Daisy Fay e poi Daisy Buchanan come incarnazione concreta e viva di tutte le sue aspirazioni e dei suoi più dolci idilli.

Nemmeno Tom l’aveva mai amata. Aveva semplicemente individuato qualcosa di bello ed aveva desiderato farlo suo. Così come quell’altra donna, Myrtle, quella dal petto squarciato. Non riusciva a ricordarla in altro modo, non aveva mai avuto altra immagine di lei se non quella del suo cadavere riverso sulla strada. Le era sempre apparsa in sogno come una donna dalla pelle cremisi, con il petto aperto su una poltiglia mostruosa di viva carne ancora pulsante.

Non aveva mai realmente provato rimorso per quel fatto ma solo un’irrequietezza trasognata, come se la chiarezza delle immagini che la tormentavano fosse in qualche modo oscurata da un forte impulso di esorcizzarne l’imponente presenza.

Di tanto in tanto, quando era da sola, si concedeva di essere sincera quantomeno con sé stessa. In cuor suo sapeva bene di non essere sciocca. Era solo un’autentica parassita, così come lo era suo marito. Nessuno dei due era o sarebbe mai stato capace d’amare. Si sarebbero sempre limitati a stare accanto alle persone che per loro erano un piacevole intrattenimento. Poi, quando sarebbero sorti i problemi, se ne sarebbero semplicemente andati o avrebbero cercato altrove il diletto ed il piacere. Gatsby non era stato che una sciocca parentesi, un gioco finito nell’idillio amoroso che lei e Tom avevano riallestito come un grottesco spettacolo di burattini.

Ed entrambi sapevano che era una farsa, che a nessuno importava realmente, che le parole che si scambiavano erano rubate agli amanti che se le sussurravano a fior di labbra nei caffè, animati da qualcosa di sconosciuto e dunque spaventoso, che non era possibile provare ma quantomeno imitare, che Tom cercava in altre donne ciò che da lei nemmeno osava più pretendere.

La passione, quella era una buona imitatrice dell’amore.

Ma Daisy non era nemmeno quello. Era un grazioso trofeo che era lieto di possedere e che ogni tanto si ricordava di lucidare per esporlo alla mondanità in una vetrina di cristallo.

Non l’amava.

Gli piaceva, questo era tutto.

E quello che Gatsby aveva disperatamente desiderato era solo un ideale, non lei.

Lei non era una luce verde, non era nemmeno un trofeo. Era un’incurante parassita in cerca di piaceri facili destinata all’infelicità accanto ad un uomo che voleva solo esporla, e non di certo perché fosse fiero di lei.

     Per un attimo volse lo sguardo alle portefinestre spalancate, al lino bianco delle tende che fluttuava fin quasi al soffitto ornato come una torta, al blu profondo e liquido del cielo sgombro di stelle, alla terrazza in fiore, ai mirti che ammiccavano alla luce lunare, ai gelsomini notturni, alla bellezza, alla libertà, all’opprimente copiosità del nulla e del tutto e si sentì quasi soffocare.

Si sentì come doveva essersi sentito Gatsby osservando quella luce verde lampeggiare così lontana da lui, così viva, così invitante, così distante…

Fuggire, doveva fuggire!

Non pensò a Tom, a Pammy, a Myrtle, a Gatsby. Pensò al cielo, al cielo che poteva accoglierla e salvarla sotto il suo manto, che poteva celare la sua fuga. Pensò alla libertà di non desiderare più nulla, di non inseguire più nulla, di non incontrare più nessuno, di non poter più danneggiare nessuno, di non avere più fantasmi…

Riecheggiava ancora in lei quel pensiero quando si accorse di essersi alzata in piedi a fronteggiare la frescura della sera.

Abbassò, attonita, lo sguardo. Si era anche vestita.

Pareva avesse scelto un vecchio abito, di raso verde, che brillava al lume pallido della luna disegnando piccole pieghe di luce che parevano riaccendersi e spegnersi ogni volta che il suo petto si alzava e si ritirava, ad ogni suo respiro.

Al collo, sopra il palpito esitante, scintillavano le perle della collana del suo sposo.

“Daisy!” la voce di Tom, distante, dall’altra stanza.

Quello era il suo ruolo. Quella la sua vita.

Daisy Buchanan, incurante oca, moglie trofeo.

“Arrivo, Tom” mormorò, e sentì il cuore precipitare nella consapevolezza che, ancora una volta, lo avrebbe fatto davvero.

Prese un ultimo respiro. La luce verde lampeggiò ancora sotto il suo sguardo.

Si apriva il sipario.

Beatrice Messuti

mercoledì 3 maggio 2017

Chi sono io?


La follia è una fase della vita di ogni singolo essere umano presente sulla faccia della terra; l'alienazione mentale dalla propria lucidità, dalla propria ragione. Spesso mi sono domandato perché questa mutilazione fosse capitata proprio a me, da chi mi sia stata inflitta. Ho deciso di definirla con questo termine solo quando mi sono reso conto di quello che mi stava capitando; la parola malattia mentale non l'ho mai considerata veramente adatta.

La follia porta allo sdoppiamento della personalità in modo che si abbiano due vite completamente differenti tra loro. Personalmente, fingevo di mandare avanti la mia carriera lavorativa, mentre, in realtà, vivevo nella solitudine della mia stanza nella quale liberavo i sentimenti causati dalla mia mutilazione, insudiciando i muri con grandi scritte e oblique ditate d'inchiostro, alcuni versi di Dante oscenamente contraffatti. La solitudine ha indirizzato la mia esistenza in un profondo e buio abisso d'agonia dal quale non sarei mai uscito; questo perché provavo un insano piacere nel guardarmi allo specchio e vedere due uomini in un solo corpo, due anime, entrambe perse. Più niente apparteneva a un solo ed unico uomo, e tutta questa situazione mi stava consumando lentamente. Nei miei più profondi desideri speravo di continuare con quella farsa per altri vent’anni, forse trenta, beffando ogni attenzione del prossimo, infoltendo intrighi e doppiezze. Non mi sveglierò mai un giorno negando ciò che sento davvero: non negherò di aver perso la dolcezza verso la mia famiglia, di non avere più quella voglia di lavorare che mi accomunava a tanti uomini, ma non negherò nemmeno quello che sono diventato, quello che la follia mi ha portato ad essere.

Ancora oggi, a distanza di ormai tre anni da quando la mia famiglia ha compreso l’essere che ero diventato, mi domando come abbiano fatto le persone che mi circondavano a non accorgersi di niente. Spesso avevo rischiato di farmi scoprire – o forse volevo proprio uscire allo scoperto –, ma nessuno si era mai chiesto perché io, uomo di grande onore, compissi certe stramberie. E forse è proprio questa la motivazione per la quale ho deciso di confessare, di rivelare il secondo uomo che si nascondeva nel mio corpo. Ricordo perfettamente il giorno in cui tutto questo accadde, ricordo ogni dettaglio, le espressioni sconvolte dei miei famigliari, quello che dissero. Era una calda giornata estiva, mi svegliai al solito orario, fingendo ancora una volta di andare al lavoro. Mi accertai che nessuno mi stesse guardando e mi rinchiusi nel mio studio, che per me era una sorta di ”camera della solitudine”. Non chiusi a chiave la porta, ma la lasciai socchiusa dato che sapevo che mia moglie, curiosa com’era, avrebbe sicuramente sbirciato. Volevo farmi scoprire. Lanciai qualche cartaccia sul pavimento, sporcai ulteriormente il muro con delle frasi incomprensibili anche a me stesso, gettai a terra il vaso contenente un paio di orchidee appassite in modo che si rompesse in mille pezzi, disfai il letto e strappai le lenzuola. Non so ben spiegare il perché di tutta quell’improvvisa foga nell’organizzare una messa in scena tale da mostrarmi pazzo alla mia famiglia, so solo che funzionò meglio di quanto credessi. Per sbaglio urtai il ginocchio contro lo spigolo del comodino e, per questo motivo, lanciai, incoscientemente, un urlo, che spinse mia moglie a correre su per le scale, ed irrompere nella mia camera. Il suo sguardo era sconvolto, gli occhi quasi le uscivano dalle orbite, la bocca era spalancata a formare una “o” immaginaria, come se volesse urlare, ma non ci riuscisse. In seguito arrivò anche la matrona della casa – così la chiamavo –, che non rimase del tutto stupita da ciò che vide. Ero sicuro che sospettasse di me già dal principio degli avvenimenti e che mi avesse più volte sbirciato mentre mi nascondevo nel mio studio. Le due donne rimasero immobili come due pezzi di marmo a fissarmi, ed io sapevo bene come avrei dovuto comportarmi; un sorriso sghembo e colmo di malizia si fece spazio sul mio volto e indicai con un cenno del capo le scritte che sporcavano il muro, mostrandomi fiero del mio lavoro. Entrambe mi guardavano in silenzio, incapaci di commentare quello che si presentava alla loro vista, ma, nonostante questo, notai una differenza abissale negli occhi di mia moglie rispetto alle occhiatacce della matrona: cercava continuamente il mio sguardo, come se sperasse che tutto quello fosse solo uno scherzo della sua immaginazione, e conservava ancora la dolcezza di qualche anno prima, anche se delusa dall’uomo che ero diventato. Un uomo che ormai non condivideva niente con l’essere originario, che non le prestava più alcuna attenzione perché troppo impegnato a curarsi di se stesso, un uomo che era fuggito dalla realtà di tutti i giorni, rifugiandosi in un mondo di propria creazione.

Dopo la rivelazione, tutto è drasticamente cambiato: coloro che vivevano nella mia stessa casa sono scappati perché mi ritenevano, e mi ritengono ancora ora, un pazzo; sono stato allontanato da chi credevo mio amico e da chi aveva da sempre la mia fiducia; non ho contatti di nessun tipo con nessuno. Sono cambiato anche io in prima persona: ormai parlo con i fantasmi del mio passato che mi vengono a trovare, rimpiango di avergli permesso di farmi perdere la mia anima, riguardo i muri del mio studio e mi pento di essermi deciso a far scoprire tutto a mia moglie. Mi merito di essere stato abbandonato; i mostri – così mi definisco – non sono degni di avere al loro fianco persone che li amino e che pendano dalle loro labbra perché si fidano si loro e non credano che metteranno mai a repentaglio la loro vita. Purtroppo io ero diventato ciò che avevo sempre criticato durante i dibattiti iniziati nell’ora di cena, mentre tutti ci trovavamo intorno a un tavolo a riflettere su una realtà che ci sembrava distante dalla nostra, e questo mi rendeva ancora di più una presenza negativa nella vita di ognuno.
Martina Gallo

giovedì 27 aprile 2017

Intrighi al palazzo di Raperonzolo

La pioggia batteva in modo cadenzato sulle finestre del palazzo reale, mentre il vento faceva oscillare vivacemente gli alberi dei giardini ben curati. Così era il clima di quella mattina di metà marzo al palazzo della città di Molto Molto Lontano, dove viveva l'anziana e bella regina Raperonzolo. Ella aveva trascorso la tutta la sua vita di sovrana al fianco del buon marito Edoardo: il regno aveva avuto alti e bassi a causa di alcune guerre, ma il re era sempre riuscito a mantenere la governabilità e le promesse fatte al padre.
Ora, però, il sovrano, raggiunta una certa età, aveva deciso di abdicare in favore del figlio maggiore Federico che necessitava al più presto di un' aggraziata fanciulla degna dell'erede al trono. Raperonzolo aveva notato che gli occhi del principe durante il loro ultimo viaggio di rappresentanza si erano rivolti con particolare fervore a Ludovica, la dolce dama di compagnia di Ginevra, principessa del regno. La donna decise quindi di parlare con il marito di questi presentimenti ricevendo la seguente risposta: "Moglie mia, nostro figlio Federico non sposerà una donna qualunque, tantomeno una popolana. Egli deve prendere in moglie una nobile; per esempio, la figlia del re di Genovia sarebbe perfetta per lui.". La regina contestò il marito dicendo: "Mio amato, voi avete sposato me ed io non ero affatto istruita per diventare una sovrana: vostro padre lo accettò e fu anche molto contento.". Ma il re non demorse e spiegò le sue ragioni: "Raperonzolo, il principe necessita di alleanze militari per vivere in pace e armonia con gli stati circostanti. Facciamo un patto: egli conoscerà le principesse dei regni confinanti e, se non troverà una donna che farà al caso suo, potrà esporci la sua opinione.".
Nei giorni a venire il principe conobbe varie nobili fanciulle in compagnia della famiglia, però solo una damigella attirò particolarmente la sua attenzione: ella era la principessa Maddalena della casata dei Neuesleben, una giovane bellissima e molto interessante, dai bei modi di fare e dallo sguardo vivace. Le fu chiesto di rimanere a palazzo alcuni giorni per approfondire la conoscenza dell'erede al trono e felicemente accettò: apparivano molto affiatati come possibile coppia, eppure Federico notava che la donna al suo fianco non era quella giusta per lui.
Una notte, durante il soggiorno della principessa Maddalena, il principe si recò presso le stanze che la sorella condivideva con Ludovica: essi parlarono, risero, si conobbero meglio e capirono che la notte cha avevano passato insieme non era stata un errore dettato solamente dalla passione, ma significava molto di più. Una volta tornato nelle sue stanze il principe meditò sulle scelte da intraprendere e all'alba del giorno successivo, prima di prepararsi per l'addestramento mattutino, prese la decisione di interrompere il fidanzamento con Maddalena e di chiedere a Ludovica di sposarlo.
La regina Raperonzolo nell'ultimo periodo si era accorta di un cambiamento nello stato di salute della dama di compagnia della figlia, così le domandò come si sentisse e la risposta confermò le sue teorie: "Regina, buongiorno! Ho solo alcune nausee mattutine nell'ultimo periodo, ma mi riprenderò in tempi brevi. Non vi preoccupate", Raperonzolo allora le disse: "Cara, io credo proprio che tu sia incinta: hai lo stesso aspetto che avevo io quando aspettavo Federico e Ginevra...". La ragazza boccheggiava in cerca di aria  quando correndo sopraggiunse il principe che era riuscito a convincere il padre delle sue decisioni.
Egli disse: "Ludovica, io devo dirti che... che sono innamorato di te fin dal primo momento in cui i miei occhi hanno incontrato i tuoi. Sono innamorato di te perché tutto ciò che mi spinge ad odiarti, in realtà, mi spinge ad amarti. Quindi rendi felice il ragazzo che sono, non il principe Filippo, ed accetta di sposarmi."

La ragazza senza parole, annuì, gli tese la mano e gli disse: "Ti farò felice quanto tu hai reso felice me". Filippo la guardò sbalordito e, con le lacrime agli occhi, lei disse: "Sono incinta". Egli la fece volteggiare in aria felicemente e poi abbracciarono entrambi Raperonzolo.

Caterina Bergantin

martedì 11 aprile 2017

Cuori Infranti


Sceneggiatura tratta dal racconto "Cuori Infranti", appartenente alla raccolta "Storie Quotidiane".

Ambientazione: casa (aula)
Oggetti di scena: tavolo (apparecchiato per pranzo di nozze), descrizione cibo, sedie
Personaggi: uomo (vecchio), moglie (Maddalena), figlia con marito, due cugini ospiti


Personaggi intorno al tavolo mentre colloquiano
Uomo: “tornassi indietro di cinquant’anni mi sposeresti ancora? Ma d’ la verità, Maddalena”.
Moglie: “no” socchiudendo le palpebre e muovendo la testa
Sguardo tra i commensali
Uomo: “oh Maddalena” ridendo pianamente
“Va bene. Ti sei sfogata. Adesso dì la verità. Se tornassimo tutte e due indietro di cinquant’anni, mi sposeresti ancora?”
Moglie: “no” in modo diretto, veloce, riaprendo gli occhi con sguardo perso
Brusio appena impercettibile dei commensali, seguito da un gioco di sguardi ora ridenti ora ansiosi
Uomo: “e me lo ripeteresti anche una terza volta?” con tono provocatorio
Moglie: “se vuoi. Un no è sempre un no.”
Intanto il vecchio si alza da tavola con un fare impettito e fiero di sé, li pranzo finisce in silenzio.




Due anni dopo. Maddalena e il vecchio ormai morti.
Scena dopo il funerale di Maddalena
Ambientazione: sala (aula)
Oggetti: sedie
Personaggi: i due cugini (ospiti a cena), figlia (di Maddalena e Vecchio) e marito
I personaggi dialogano nel salotto della figlia di Maddalena (Lucia)
Donna: “mi dispiace mia cara Lucia.”
Lucia: “non ti preoccupare…sto bene.” pausa con sguardo perso
“è forse adesso che riuscirà a raggiungere la pace che non ha avuto in vita, d’altronde ha passato tutti questi anni sotto i voleri di mio padre.”
Donna: “oh povera Maddalena.” Sospirando “ben ricordo di quando tuo padre volle comprare la Diletta da corsa, in tutti i modi aveva cercato di convincerlo a rinunciare ma…”
Lucia: “…ma mio padre non ascoltava nessuno. Quello che diceva lui era legge e faceva quello che voleva.”
Donna: “dai Lucia non dire così…”
Lucia: “è la verità. Stessa verità con cui mia madre ebbe in coraggio di rispondere no a mio padre durante il pranzo di nozze”
Uomo: “oh ben ricordo. Che coraggio.”
Lucia. “vi assicuro che da quella volta lì, mio padre non ebbe più il coraggio di chiedere cose simili a mia madre. Non gli piaceva sentirsi dire la verità”
I personaggi si guardano. Lucia abbassa gli occhi e va via.

Elena Moretto

INTERVISTE IMPOSSIBILI (da "Il Buio e il Miele")




Il racconto, o meglio, l’intervista in questione è ispirata a Fausto G., militare cieco coprotagonista del romanzo “Il Buio e il Miele” di Giovanni Arpino. Fausto è un uomo brusco, sprezzante, sboccato, quasi nichilista e a tratti prepotente, convinto della piccolezza degli uomini. Beve perennemente da una piccola bottiglia che porta con sé nel viaggio che lo condurrà da Torino a Napoli. Il mondo a tinta unita in cui si muove è pieno dell’astio e della rabbia, violenta e disperata, del personaggio, che culmina in disprezzo per se stesso e in triste rassegnazione alla fine del romanzo.
L’intervista racconta un ipotetico incontro tra Giovanni Arpino e Fausto G.: Il primo è consapevole di essere uno scrittore e il secondo sa di essere un personaggio inventato.

[Fausto G. siede nella stanza. Fuori, Napoli ruggisce in una cacofonia di voci e strilli e suoni e onde del mare. ]

Arpino: Buonasera Fausto, grazie per aver accettato l’intervista. “La Stampa” sarà lieta di pubblicarla.

Fausto: ‘Sera. Posso chiamarla Ciccio? Li chiamo tutti così, anche quando vogliono intervistarmi. Che cosa mi intervistano a fare poi, ché non ho nulla da dire.

A: Ciccio? Va bene, faccia pure. Allora io, se a lei non spiace, comincio. Come ci si sente ad essere protagonisti di un libr…

[Fausto interrompe Arpino]

F: Scusa Ciccio, hai mica da accendere? Lo zippo è scarico.

A: Certo. Certo, prenda.

[Arpino fa accendere Fausto e poi riprende]

A: Dicevo, come ci si sente ad essere protagonisti di un libro?

F [soffiando il fumo]: Bella domanda Ciccio, sai che non ti so rispondere? Letti forse, non ci si sente così? E importanti, quello sicuro, puoi contarci. Ci si sente fottutamente importanti e si comincia a strafare. Per esempio, io mica ci volevo andare fino a Napoli, a me andava bene Torino, ma poi la storia come la mandi avanti? Uno chiude il libro se ci sono sempre e solo io seduto in poltrona a Torino a fumare e litigare col Barone. Povero Barone, non ho avuto il coraggio di farmelo mandare qui, ma magari un giorno lo faccio. Ci si sente quasi costretti a fare cose strane quando si è i protagonisti di un libro; sì, costretti, come se ci fosse qualcuno che ti obbliga ad agire in un certo modo. Tu Ciccio, non ti senti mai così?

A: Io di solito sono quello che obbliga.

F: Cazzo, Ciccio, potevi dirlo prima. Magari quest’intervista la sto facendo perché tu mi ci costringi e io nemmeno me ne accorgo.

A: No, no, stavolta non sono io. Non creda che sarei venuto fino a Napoli per incontrarla. Anzi, ad essere onesto lei non mi piace mica.

F: E allora non potevi lasciarmi in fondo alla tua testa? Io mica te l’ho chiesto di farmi vivere ‘sta vita.

A: Le idee non si tengono nei cassetti della mente, sa? Se no diventano come pesi, come lame che squarciano il cervello. Le idee nascono per essere sviluppate, almeno in questo mondo. Su, continui per favore.

F: È inquietante, lo sai?

[Fausto si alza e si muove meticolosamente per la stanza, cercando la bottiglia del whisky e il bicchiere. Si versa una dose generosa e la butta giù prima di continuare, mentre Arpino lo guarda incuriosito]

F: Anche adesso, mi sento come se ci fosse qualcosa di diverso, di ancora meno naturale del solito. Come se ci fosse qualcun altro a scrivermi. Non che importi davvero: alla fine, ad avere la penna che traccia le linee della mia vita non sono mai io. La mia vita. Non è che un insieme di pagine quindi, eh? Ciccio, Ciccio, questa cosa non mi aveva mai colpito così tanto come ora. Come un pugile, come un gol inferto agli azzurri ai mondiali. Più forte, forse. E sai, non ci avevo mai fatto tanta attenzione, ma ora ci sto pensando ed è inquietante: Sara - l’ultimo ricordo che ho con lei è su una spiaggia, e l’altro Ciccio magari era ancora sul treno, ma dopo quello non c’è più nulla, come se la mia mente avesse cancellato ogni altra cosa. E stamattina mi sono svegliato e c’era l’idea dell’intervista, e ricordo di aver acconsentito a farla, ma non riesco ad andare più indietro di così. La cosa dei ricordi è questa: o qui o alla spiaggia, oppure ad esagerare in un bar con l’altro Ciccio, o in casa ad aspettare sempre l’altro Ciccio, ma mica si va più indietro. Come se un più indietro non ci fosse, ed il menù dei miei ricordi avesse soltanto queste portate. E la mia vita, me l’hai appena confermato, è stata soltanto quella. Pagine. E pure poche, un centinaio immagino, e per me sono state giorni. Io ho respirato quei giorni e le loro sensazioni, le sigarette, il whisky e persino quella donna, non mi ricordo nemmeno il nome. L’aria di Napoli mi è entrata nelle narici e lì è rimasta, il proiettile mi stava uccidendo, ho sprizzato sangue vero. Eppure ogni cosa, ogni secondo che ricordo, è stato soltanto carta. In tante copie, spero, ché almeno sia valsa qualcosa. Una vita di carta, che prospettiva! io sono un’illusione, sono un ritratto. È una grossa crisi per un personaggio scoprire d’esser ciò che è. La sensazione d’aver fatto cose che non sono nella propria natura è strana, ma questa è ancora peggio, sai? Io già lo sapevo d’esser niente, un niente a guisa d’insopportabile cieco, ma così mi distruggi: io sono meno di niente, meno del niente che sono tutti gli altri. I miei respiri sono stati solo carta, la bomba che m’ha chiuso per sempre gli occhi è stata solo carta. E quindi qual è il senso, Ciccio? Ché io non l’ho ancora capito. Come ci si sente ad essere protagonisti di un libro, mi hai chiesto. Bella domanda, ci sono tante risposte. Mi sa che l’intervista si chiude con una domanda sola, ché c’è stato molto da parlare.

[Arpino tace a lungo prima di accendersi una sigaretta]

A: È stata una bella intervista comunque, sa? Illuminante direi e interessante di sicuro. Pagine, pagine stampate molte volte e vendute. Pensi che la ricordano ancora a lei, capitano Fausto G., si chiedono persino quale fosse il suo cognome. Chi fosse prima di essere ciò che è stato nelle pagine che lei chiama tutta la sua vita. Alla fine, Fausto, che ne sa che non siamo tutti pagine? Cerchiamo almeno d’esser pagine che verranno ricordate.

lunedì 3 aprile 2017

Dal racconto al teatro: I peccati di Pinocchio


I peccati di Pinocchio

Pinocchio è oramai un bambino vero e comincia a rimpiangere i vantaggi che la sua antica natura comportava. Come adattarsi ad un cambiamento così drastico? Forse chiedendo nuovamente aiuto alla Fata Turchina? Un Pinocchio irascibile, una Fata ormai non più nel fiore degli anni ed un piccolo incidente magico. Ecco a voi la fiaba che tutti conosciamo reimmaginata da Giovanni Arpino e da noi adattata a testo teatrale.

SCENA 1



Pinocchio si trova nella sua camera e si prepara per andare a dormire.



Pinocchio: (disfando il letto) Quando ero di legno non avevo bisogno di fare o disfare il letto, c'era sempre qualcuno che lo faceva per me. E di certo non ero circondato da tanti stupidi bulli come lo sono ora. Credono di essere tanto divertenti quando mi sbeffeggiano, quando mi mostrano le mani sventolanti all'altezza del naso e si prendono gioco del mio passato. (si siede sul letto e si toglie le scarpe, per poi fermarsi ad osservare le proprie gambe) Con le gambe di legno sarei  imbattibile almeno in una cosa, nel giocare a pallone. Pensa ai dribbling che farei. Pensa ai calci che non sentirei. (sospira, prende il berretto da notte appoggiato sul comodino e lo indossa. Indugia, tastandosi la testa) Con la testa di legno non avrei paura dei pugni di certi compagni maneschi (abbassa le braccia e si osserva i palmi. Sul suo volto affiora un sorriso ricco di cattivi propositi) e con le mani di legno potrei picchiarli meglio. Il più forte di tutta la scuola, medaglia d'oro nelle risse e nei litigi. Ah, che peccato...



Geppetto: (grida fuori dalla scena) Pinocchio! Non hai mangiato nulla. Vuoi che ti porti qualche cosa?



Pinocchio si alza in piedi e si avvicina alla porta in modo che Geppetto possa sentire meglio la sua risposta.



Pinocchio: No, papà.



Geppetto: Stai di nuovo male, non è così? Quante volte devo ripeterti che oramai non puoi più permetterti di mangiare tutti quei dolci? Sei uno sconsiderato.



Pinocchio non risponde, si limita a dirigersi nuovamente verso il letto borbottando tra sé e sé.



Pinocchio: Con le budella di legno potrei mangiare un quintale di cioccolatini senza timore di alcun mal di pancia. Ah, com'era bello essere di legno. E che scalogna avere queste povere carni, queste fragili ossa... Se solo potessi tornare come prima... Dovrei davvero provare a chiamare la Fata Turchina. Solo lei potrebbe aiutarmi... Ma ci ho già provato così tante volte, notte dopo notte, e non è mai arrivata.



Si sente bussare alla finestra. Pinocchio si alza in piedi e, sbalordito, corre ad aprirla.



Pinocchio: Fata! Sei davvero qui?



Fata Turchina: (entrando nella stanza) Sì, eccomi qui. Tanto mi hai invocata che alla fine sono arrivata. Scusa il ritardo, perché ti ho sentito appena. E' l'età. Ti confesso che sono diventata anche un po' sorda.



Pinocchio: (lamentoso) Sono così infelice!



Fata Turchina: Come mai? Non ti piace essere un bravo bambino?



Pinocchio: (quasi forzando il pianto per compatirla) No. A parte il fatto che oggi i bravi bambini fanno ridere e non hanno nessuna fortuna, stavo meglio quand'ero di legno. Vorrei tornare tutto di legno. Larice, abete, noce, ciliegio, quercia, insomma fa' tu!



Fata Turchina: (tossicchiando) E i pericoli che hai corso?



Pinocchio: Meglio i pericoli che questa vita così barbosa.



Fata Turchina: (pensierosa) Mah. Beh. Puah. Uhm. Non so. Non so neanche se questa bacchetta magica mi funzioni ancora. Ormai la uso come bastone da passeggio per attraversare gli incroci. Certo è più difficile oggi farti tornare di legno di quanto lo fu un tempo farti diventare un bambino. Il legno adesso è materia pregiata, mentre la carne non vale quasi niente...



Pinocchio: (supplice) Provaci, provaci!



Fata Turchina: E va bene.



La fata borbotta alcune parole magiche incomprensibili, agita la bacchetta in aria e con essa tocca Pinocchio tra capo e collo. Calano brevemente le luci e quando si riaccendono al posto del bambino v'è uno sgabello a tre gambe.



Fata Turchina: Oh, accidenti! Non temere, adesso ci riprovo. Devo aver perso l'abitudine, confondo le formule. Ma tu non agitarti, altrimenti mi viene il nervoso e sbaglio tutto.



Ripete la stessa formula di prima. Le luci calano e si riaccendono. Ora al posto dello sgabello vi è una cassapanca.



Fata Turchina: Che disastro, sono proprio fuori allenamento… Anche se una cassapanca mi servirebbe. Quasi quasi...



La cassapanca sbatte nervosamente il proprio coperchio con un certo disappunto.



Fata Turchina: Buono, buono. Farò ancora un tentativo. Lasciami lucidare ben bene la bacchetta... E lasciami ripetere adagio la formula magica, qualche sillaba potrebbe essermi rimasta tra i denti, prima. Dunque, vediamo...



Si ripete quanto accaduto prima. Quando le luci si riaccendono, Pinocchio è ricomparso, letteralmente in carne ed ossa.



Fata Turchina: (sedendosi a terra con un sospiro di sollievo) Meno male, temevo già di non riuscire più a trasformarti in alcun modo. Che razza di mestiere m'è capitato!



Pinocchio: (pizzicandosi istericamente in ogni dove)  Ma non è successo niente! Sono ancora tutto ossa e muscoli. Che razza di imbroglio è questo? Dov'è finito il mio legno d'una volta?



Fata Turchina: Accontentati, accontentati. Ci è già andata bene così. Eh, si vede che non ho più i poteri d'un tempo. Sii contento del tuo stato, Pinocchietto mio, e accetta il tuo destino.



Pinocchio: (urlando) Ridammi il mio legno!



Fata Turchina: Niente da fare.



Pinocchio: (tende la mano) Qua la bacchetta.



Fata Turchina: No, questa no. Non si può.



Pinocchio: (stringendo i pugni, correndo verso la fata) Basta con questa vita barbosa!



Fata Turchina: (cercando di sfuggirgli) Non toccare la bacchetta. E' pericoloso. Il mondo degli orchi e delle fate dorme, però non stuzzicarlo.



Pinocchio le toglie di mano la bacchetta con un tuffo arpinoso. La fata gli si precipita addosso e per sbaglio viene colpita. Si leva un fumo blu e la fata viene sostituita da un alberino secco secco, fatto di nodi e rametti senza colore, senza una  bacca, una foglia, un frutto. Pinocchio, sconvolto, si inginocchia davanti alla pianta.



Pinocchio: Oh, no. Cosa ho combinato! Io non... io... io non... oh! Io giuro... lo annaffierò per tutta la vita con le mie lacrime e lo riscalderò con il mio fiato ogni inverno. Lo giuro, lo giuro... Avrò ogni cura... dei frutti, dei germogli... se mai spunteranno...



Si sente un fischio provenire da sotto casa. Pinocchio si affaccia alla finestra ancora frastornato.



Pinocchio: Cosa è successo?



Lucignolo: (fuori dalla scena, sotto casa di Pinocchio) Abbiamo combinato una spedizione notturna. C'è da divertirsi, stavolta. Hai soldi?



Pinocchio: Spiccioli.



Lucignolo: Beh, possono bastare. Ci sono anche  delle ragazze. E una moto. Vieni o no?



Pinocchio fa dondolare la bacchetta che ancora tiene in mano, pensoso.



Pinocchio: (timidamente) Sai, stasera è venuta la Fata, e allora...



Lucignolo: Bravo tu. Le fate son qui dietro l'angolo. Cosa fai con quello stecco in mano? jTi sbrighi? Dimmi. Non abbiamo tempo da perdere. Forza.



Pinocchio lancia un'occhiata all'alberello rinsecchito, esitante. Tentenna.



Pinocchio: Ecco... io... in verità... Vengo, Lucignolo. Dove hai detto che andiamo?

domenica 26 marzo 2017

Dal racconto al teatro: la Ragazza del Sabato Sera - Erika Checchin


La Ragazza del Sabato Sera – Erika Checchin





PERSONAGGI:

Anna, protagonista,una giovane ragazza ventenne che si occupa di fare da babysitter alla coppia il sabato sera.

Uomo, uomo sulla quarantina, gentile e sorridente.

Donna, donna sulla quarantina, con fare distratto e un po' assente.

Amica di Anna, si sentirà solo la sua voce, è una voce di ragazza giovane.



Scena I:



La scena inizia in un salotto,la coppia si trova sottobraccio sull'uscio della porta mentre Anna si trova difronte a loro spostata più verso il centro della stanza.



Donna (rivolgendosi ad Anna): “Allora ci vediamo dopo,come sempre.”

Uomo(sorridendo e rivolgendosi ad Anna): “Si certo, questa sera usciamo a prendere un aperitivo con degli amici qui vicino. siamo ad una ventina di minuti da qua quindi non  si preoccupi,non torniamo tardi.”

Anna: “Si certo,certo, non si preoccupi, vi aspetto senza problemi.”

Uomo(rivolgendosi ad Anna e sempre sorridendo): “La pupa dorme,non si preoccupi signorina Anna, guardi la televisione,si metta su un disco, legga un libro o una rivista, sa dove trovare tutto,no?”

Anna(con fare nervoso e agitato): “Ma certo.Grazie. Buona Serata . A più tardi.

Uomo (uscendo dalla casa accompagnato dalla moglie): E davvero,stia tranquilla,la bambina dorme come un sasso,come sempre.”



Scambio di sguardi tra Anna e l'uomo, lui sorride. La porta si chiude davanti ad Anna e si sentono le risate della coppia al di fuori della porta. La scena è accompagnata da una musica di extra diegetica serena.



Scena II:



Anna cammina per il salotto, ci sono librerie da un lato e scaffali con oggetti vari e CDs dall'altro,due poltrone ,un tavolo con sopra delle bottiglie e alcuni bicchieri, una televisione.

Si avvicina alla finestra e riceve una chiamata. La scena è accompagnata da una musica diegetica provienente da un registratore.



Voce dell'amica di Anna: “Ciao Anna!”

Anna: “Ciao, come sta andando la serata?”

Amica: “Tutto bene, ci stiamo divertendo. Tu?”

Anna: “Come sempre, sarà un altro sabato sera identico ai 10 appena passati. Loro sono fuori a divertirsi e io sono qui a fare nulla perchè la bambina è come se non ci fosse, non piange mai, non si sente mai.”

Amica: “Ma Anna, io ancora non capisco chi te lo faccia fare di passare tutti i sabati così.”

Anna: “Mi servono soldi, in qualche modo devo cavarmela in questo mondo, lo sai.”

Amica: “Lo so, lo so, e lui? Come si è comporato stasera? Ci sono novità?”

Anna: “Solita storia, mi guarda, mi sorride e io mi sciolgo. Per me una sua parola, un suo gesto, un suo saluto significano mille cose.”

Amica : “Sai come la penso, per me rimane un quarantenne che si diverte a mettere un brivido in una ragazza troppo giovane per lui.”

Anna: “Ma lo so,non succederà mai nulla, non preoccuparti.”

Amica: “Va bene dai, fammi sapere poi come va.”

Anna: “Certo, ma sarà come al solito, loro rientreranno stirati,stanchi, di malavoglia l'uno contro l'altro, senza raccontarmi nulla della serata e allora io dopo che mi avranno pagata, scapperò giù dalle scale balbettando qualche saluto.”

Amica: “Hanno qualcosa di strano quei due,chissà cosa li riduce ad essere così ogni volta che rientrano a casa”.

Anna(ridendo): “Ah boh, di certo non litigano per me, ci sentiamo dopo, buon proseguimento.”

Amica: “A dopo”.





Scena III:



Anna si allontana dalla finestra e si siede su una delle due poltrone. Inizia a guardarsi attorno con fare annoiato e pensieroso.

Prende un libro dal tavolo e inizia a sfogliarlo finchè vi trova una fotografia dell'uomo da bambino, la guarda sorridendo per poi rimetterla nel libro e riappogiarlo sul tavolo.

Anna guarda l'orologio e poi il telefono, prende il telefono dal tavolo e lo avvicina a lei.

Il telefono inizia a squillare subito dopo. La scena è accompagnata da una musica extra diegetica di tipo nostalgico.



Voce di lui(con fare divertito): “Salve Anna,come sta andando la serata?”

Anna: “Bene.Grazie.”

Lui: “Ma non sento niente, metta su un disco,si diverta, la pupa non si sveglia! Noi arriviamo tra una mezzora.”

Anna: “Sì,certo, grazie”.

Lui: “A tra poco.”

Anna: “A tra poco.”



Anna riattacca il telefono e sbuffando si mette una mano sulla fronte.





Scena IV:



Anna cammina nervosa per la stanza, finchè sente un rumore proveniente dalla stanza accanto. Bloccandosi nel mezzo della stanza, tende l'orecchio.

Si sposta verso il corridoio e giunge difronte ad una porta.

Anna apre la porta. La stanza è disordinata, ci sono libri per terra, giornali, un armadio aperto e numerosi medicinali su un tavolo. Richiude la porta e apre quella successiva.

Anna entra nella stanza della bambina, ci sono giochi e scatole.

Il letto della bambina è in un angolo.Anna si avvicina al letto per guardare la bambina.

Tocca il cuscino e scopre la testa di una bambola che si gira di colpo.

Anna si ritrae e scappa dalla stanza.



Anna (pensando a voce alta e ripetendo la stessa frase più volte) : Io me ne vado, queste cose non sono possibili, sono due pazzi.



Anna prende il cappotto dal salotto e scende, scappando, dalle scale del palazzo.

L'intera scena è accompagnata da una musica extradiegetica che porta lo spettatore a provare ansia, partirà dunque lenta per arrivare più veloce nel momento in cui Anna scopre la bambola e in cui scappa dall'appartamento.


Dal racconto al teatro: la Ragazza del Sabato Sera - Giada Bianchi


La Ragazza del Sabato Sera- Giada Bianchi

SCENA 1

Interno. Sulla porta di casa. Notte

Moglie, annoiata con vestito bianco. Marito fuma una sigaretta. Anna in piedi rivolta verso la coppia.

Moglie in modo irritato “Allora. D’accordo come sempre. Come tutti i sabati.”

Marito gentilmente “La piccola dorme, non si preoccupi signorina Anna, guardi la televisione

(indicando lo schermo del televisore), si metta su un disco… (indicando il giradischi) comunque stia tranquilla, la piccola non disturba”

Anna imbarazzata “Va bene grazie mille, Buona serata e divertitevi”

Marito e moglie escono dalla porta di casa
SCENA 2

Interno del salotto.

Anna chiude la porta, si appoggia con la schiena alla porta ridacchiando. Si incammina poi verso il salotto osservando ciò che la circonda: i libri accatastati sui mobili in modo disordinato, i posa ceneri pieni, i tappeti sporchi. Anna osserva il tavolo da lavoro completamente nascosto da carte e riviste di ingegneria.

Anna “Quella non gli porta rispetto, il tavolo non dovrebbe lasciarglielo così. Non si rende nemmeno conto della fortuna che le è capitata.” Si siede sulla poltrona.

Anna “Questo odore di Vermut poi è insopportabile, non fa altro che bere.” (si alza e va ad aprire la finestra). “Per di più è sempre lui che si preoccupa per la bambina. Probabilmente è l’unica ragione che li tiene ancora insieme. Non si merita un uomo così.”(Si risiede sulla poltrona, si accende una sigaretta e inizia a fumare) “Uno di questi sabati, Anna, glielo devi dire. Non puoi più tenertelo dentro e poi si capisce che anche lui prova qualcosa. O magari si prende solo gioco di una ragazzina di vent’anni. Non importa…”

Anna prende un libro e inizia a sfogliarlo e squilla il telefono


SCENA 3

Interno casa.

Marito ubriaco (voce esterna) “Come va? Tutto bene? Perché sta zitta? La piccola non si sveglia, lo sa… Arriviamo tra mezz’ora.”

Anna “Va bene, grazie”

Marito “Si certo, bene. Bene, a tra poco”

Finisce la telefonata, Anna riaggancia il telefono e riprende a leggere il libro.
SCENA 4

Interno casa. Corridoio 

Sente un rumore indistinto, si alza dalla poltrona e si dirige verso il corridoio, cerca l’interruttore, accende la luce. Il corridoio ha una porta sul lato sinistro e due sul lato destro. Apre la prima porta di destra e vede la camera da letto disordinata, come il salotto, con due letti separati. Apre la porta di sinistra ed esce un gatto miagolando. La stanza è illuminata da una luce esterna. Anna entra nella stanza semibuia dove riconosce giocattoli e fotografie della bambina. Avanza fino ad arrivare al lettino della bambina. Si allunga per scoprire il viso della bambina dal lenzuolo, sfiorandole la guancia. La testa si gira scoprendo il viso di una bambola che spalanca le palpebre mostrando gli occhi scuri di vetro.

Anna urla.  

La bambola ripiega la testa chiudendo le palpebre. 

SCENA 5

Interno casa. Salotto 

Anna esce dalla stanza tremando e ritorna verso la poltrona senza sedersi dove si accende un’altra sigaretta.

Anna “Ma a cosa serve tutto questo? Le telefonate, le raccomandazioni… e io a cosa servo qui?

Devo andarmene… Dovrò dirlo a qualcuno… o forse meglio di no… dov’è il cappotto?” (prende il capotto, esce chiudendo la porta ma lasciando le luci accese, scende di corse le scale)

SCENA 6

Interno. Pianerottolo e scale

Mentre scende le scale si ferma. Anna guarda verso la porta dell’appartamento.

Anna “Ma come è possibile?”

Esce dal portone e attraversa la strada. Si ferma sul marciapiede per riprendere fiato guardando verso la finestra. Si sistema il cappotto per ripararsi dalla lieve pioggia e riprende a correre.

giovedì 16 marzo 2017

Dal racconto al teatro: la Cappuccetto Rosso di Arpino



Madama Cappuccetto Rosso

Quali peripezie potrebbe affrontare un'adulta Cappuccetto Rosso nella sua nuova casa al limitare del bosco? Arpino ci ha proposto una nuova interpretazione di una fiaba senza tempo, che abbiamo poi riadattato in forma di testo teatrale.


SCENA 1.

Il sipario si apre su un piccolo salotto accogliente. Una donna con un mantello rosso sbatacchia istericamente con il battipanni una pelliccia di lupo.

Signora Cappuccetto Rosso: (brontolando) Sarebbe ora di finirla con questo tappeto, accidenti a lui...

Dopo qualche secondo sbuffa e lo lascia cadere a terra, abbandonandosi sfinita sul divano.
In quello stesso istante entra in scena suo marito con la sua uniforme da guardia forestale, che si siede accanto a lei.

Signora Cappuccetto Rosso: (al marito) Sono stufa di questa roba. Farà pure la sua figura e tutte le signore del villaggio me lo invidieranno, ma è piena di tarme. (si passa la mano sulla fronte e sbuffa di nuovo) Dovremmo buttarla.  Fossi un po' ambizioso, mi compreresti un tappeto nuovo.

Guardia forestale: (sospira) Forse hai ragione, ma è pur sempre un ricordo. Un ricordo della nostra gioventù, quando tutti dicevano che saremmo vissuti felici e contenti. Ti salvai proprio dalla pancia di quella bestiaccia. Che giornata! Mi sembra adesso che...

Viene bruscamente interrotto dalla moglie, la voce acuita dalla frustrazione.

Signora Cappuccetto Rosso: Basta così! L'ho sentita fin troppe volte questa storia. Non raccontarmela per la millesima volta! Hai avuto la medaglia del municipio, la promozione a guardia forestale? Hai avuto o no me, che come moglie... sì, ecco... non faccio per dire ma... (sbuffa nuovamente) Non si può vivere di ricordi. E neanche di vecchi tappeti.

Il marito annuisce con aria stanca.

Guardia forestale: D'accordo. Sai che non amo discutere. Quindi domani, nella foresta, cercherò un lupo fresco. Così non si spendono soldi e un tappeto nuovo non ti mancherà.

SCENA 2

I coniugi entrano nel salotto. Sul tavolo sono disposti lo zaino, il fucile e la giacca della Guardia forestale. La moglie lo aiuta a vestirsi e si preparano a salutarsi.

Signora Cappuccetto Rosso: Ti ho preparato la borraccia e tutto l'occorrente per un pasto o due, a seconda di quanto ti ci vorrà. A presto, e ti raccomando di portarmi un bel lupo che possa far impallidire la moglie del maniscalco e quel suo stupido scrittoio di noce!

Il marito raduna le sue cose, saluta la moglie e si incammina.

SCENA 3

Passano i giorni. La Signora Cappuccetto Rosso guarda fuori dalla finestra, preoccupata di non veder tornare la Guardia forestale.

Signora Cappuccetto Rosso: Povera me! Sono trascorsi tre giorni oramai. Il mio buon marito guardia forestale per far più bella la casa si è messo in testa di regalarmi un tappeto nuovo... (comincia a singhiozzare)  E adesso un gran lupo magari se l'è mangiato e io dovrò star sola per il resto dei miei giorni, con quello straccio di pensione municipale e questo straccio di tappeto vecchio...

La donna scoppia in lacrime e tira fuori un fazzoletto ricamato dalla tasca del mantello color ciliegia. Poi, per calmarsi, si siede sul divano e beve un sorso di caffè dalla tazzina lasciata sul tavolo.

Signora Cappuccetto Rosso: Devo fare qualcosa per cercare di rintracciarlo. Ma come posso fare? Io, indifesa, per i boschi... ho imparato a mie spese che andar per boschi da sola non è mai una buona idea. Se solo trovassi il modo di passare inosservata agli occhi dei predatori... (sposta lo sguardo sul tappeto, abbandonato sul pavimento accanto al battipanni. La signora sorride compiaciuta della sua idea, si china, raccoglie la pelliccia e se la getta sulle spalle)  Ecco, così è perfetto. In questo modo gli animali feroci non mi riconosceranno e potrò esplorare la foresta da cima a fondo, trovare e soccorrere il mio caro marito guardia forestale; sono troppo giovane per diventare all'improvviso e immeritatamente una sfortunata vedova...

SCENA 4

Si vede la Signora Cappuccetto Rosso trascinarsi sfinita per il bosco con la pelle di lupo sulla schiena. Tutti gli animali fuggono al suo passaggio credendola un lupo vero.
Dopo un po' si appoggia ad un albero e si siede, tira fuori un pezzo di pane e formaggio, consuma il suo povero pasto con aria afflitta e infine si addormenta.
Ad un certo punto un giovane lupo sbuca dalla boscaglia. Quest'ultimo si avvicina lentamente alla  Signora Cappuccetto Rosso e annusa la pelliccia.

Lupo: (pensieroso, ondeggiando sulle zampe posteriori) Uhm-uhm... questo qui mi ricorda qualcuno, forse un lontano parente... Quello zio imbroglione che fu scuoiato prima che la foresta diventasse parco nazionale... Imprudente era, l'accetta boscaiola provò... Ma senti che puzza di vecchio  e di naftalina, sembra persino rosicchiato dalle formiche... Forse dovrei dare l'allarme. I guardiani non sanno più fare il loro mestiere: lasciare questa immondizia nel bel mezzo di un parco, roba da inquinarci l'aria.

La Signora Cappuccetto Rosso, svegliatasi, comincia a tremare visibilmente sotto la pelle.

Lupo: (indignato) Ma guarda, non solo puzza e fa scandalo, trema anche. E se fosse una tagliola di nuovo tipo inventata da qualche bracconiere? E se fosse l'inganno di qualche mercante di pellicce?

Si ode un rimescolio tra le foglie, che vengono scostate rivelando un secondo lupo molto più grande del primo. Il più piccolo si scosta dalla Signora Cappuccetto Rosso, avvicinandosi appena al nuovo arrivato e guardandolo con diffidenza.
La donna striscia  verso l'angolo della scena.

Signora Cappuccetto Rosso: (in tono supplice, il volto lasciato appena scoperto dalla pelliccia, rivolta verso il pubblico) Oh! Sono stata tanto stupida e capricciosa ed ora morirò. Non troveranno che quest'orrenda pelliccia, non rimarrà altro di me. Se solo fossi stata zitta, se solo fossi rimasta a casa e non avessi insistito tanto per un tappeto nuovo ora non mi troverei in quest'orribile situazione...

Il lupo più grande emette una specie di latrato. Il più piccolo, terrorizzato, fugge.
Il lupo rimasto nella radura avanza goffamente sollevando un'accetta da guardia forestale.
Prima di sferrare il colpo, si ferma ad osservare la pelliccia sotto la quale è nascosta la Signora Cappuccetto. Il lupo rovescia il capo all'indietro e il manto scivola via dal corpo, rivelando l'uomo nascosto sotto la pelliccia.

Guardia Forestale: Puah, è una pelle vecchia anche questa qui. Non mi serve, sembra piena di buchi. Pare il tappeto buttato via dalla mia signora Cappuccetto. Tre giorni che batto la foresta e per giunta sotto questa pesantissima pelliccia che quel buonuomo del conservatore del museo di scienze naturali mi ha prestato per camuffarmi, ma che scalogna...

La Signora Cappuccetto riconosce la voce del marito e si toglie a sua volta la pelliccia.
I due si abbracciano felici di essersi ritrovati e si dirigono verso casa.

Signora Cappuccetto Rosso: Sono tanto felice che tu sia vivo. Vedi, non vale la pena morire per un vecchio tappeto. Dopotutto, un tappeto nuovo me lo posso fare con gli avanzi di tanti gomitoli. Ho mani d'oro, io. E se quel vecchio ammasso di peli in salotto non fa più gran figura, posso sempre usarlo come scendiletto. Chissà che invidia le mie amiche... Cosa ne dici? Perché sei così silenzioso? A cosa stai pensando?

Guardia forestale: (scuotendo appena la testa) Nulla. Non è sempre lupo quel che sembra.

SCENA 5

La Guardia forestale siede a tarda sera nell'osteria del villaggio. Sul tavolo sono appoggiati diversi bicchieri vuoti e i suoi commensali accendono placidamente i sigari.

Commensale 1: (alla Guardia forestale) Dunque, ora hai una nuova storia da raccontare...

Guardia forestale: Sì, immagino di sì. Ma credo di preferire ancora quella vecchia.

I suoi compagni abbozzano un sorriso e si abbandonano contro lo schienale delle sedie, in posizione d'ascolto.

Commensale 2: Allora racconta.

Guardia forestale: No. Non si vive di ricordi né di vecchi tappeti. E poi ho avuto la medaglia del municipio, la promozione a guardia forestale, la mia Signora Cappuccetto... (il suo tono si fa sempre più incerto fino a sfumare in un malinconico silenzio.)

Commensale 1: Raccontala ancora. Vogliamo tutti sentirla, qui.

Lo sguardo della Guardia Forestale pare ravvivarsi. Si schiarisce la voce, si accende un sigaro e comincia a raccontare.

Guardia forestale: Ve lo ricordate quel tempo in cui tutti dicevano che saremmo vissuti per sempre felici e contenti, quando la foresta era ancora foresta e gli uomini erano lupi agli uomini ? O forse era il contrario... La mia storia comincia in quel tempo.

Le luci si abbassano lentamente sul racconto della guardia forestale e sui commensali in ascolto, donando allo spettatore un'ultima, fugace immagine di quel quadro prima che si chiuda il sipario.

Beatrice Messuti